Differenze culturali: la cena col cliente importante

good_mannersContinuo a rimanere perplesso e un po incredulo su come i rapporti fra le persone si gestiscano in modo diverso quassù in Svezia, o nei paesi nordici in generale. Lascio che a raccontare sia l’esperienza di oggi.

Alcune persone del cliente per il quale lavoro, in uno dei progetti più grossi ed importanti che mi siano mai stati assegnati, sono venute da Oslo a Stoccolma per partecipare a un corso di aggiornamento tecnico: la capo progetto e due “responsabili di settore”. Alla notizia la mia immaginazione  lavorativa primordiale ha immediatamente ricreato uno scenario familiare e collaudato: obbligo di cravatta in ufficio e dintorni (rafforzato da “suggerimento” del responsabile del personale, intermediato da e-mail della segretaria), ricevimento servile e in pompa magna con buffet in pausa pranzo, serata fra commerciali e capi-progetto in esclusivo ristorante di lusso in centro città, con quel fasto un po posticcio e arraffazzonato del “completo buono” tirato fuori nei giorni di festa. Con una presenza esclusivamente maschile e in tempi lontani dalla crisi non si sarebbe esclusa nemmeno una puntata del “gotha” dirigenziale ad un night club.

Questo quadro si è dipinto in un secondo nella mia mente, e subito ha cominciato a vacillare. Vista la calura praticamente insopportabile di questi giorni  (26°C) le mie colleghe hanno pensato di organizzare una pausa pranzo con bagno nel mare sul quale si affacciano i nostri uffici. Per cui si è deciso di presentarci in tenuta estiva, costume da bagno ed asciugamano, e abbiamo scritto alla capo-progetto S di portare con se costume ed asciugamano, suggerimento accolto con entusiastica mail di risposta.

Oggi la delegazione si è presentata in abiti estivi ed informali, “S” sfoggiante una nuova acconciatura con ciocche blu (“che si intonano al colore dei miei occhi”). Purtroppo il bagno è saltato causa incertezza metereologica. Si è fatta invece una passeggiata alla tavola calda più vicina per acquistare portate da asporto, prevalentemente panini ed insalate. Tornati in ufficio, ci siamo sistemati in cucina insieme agli altri colleghi, ed abbiamo consumato il nostro pranzo in chiacchiere informali, solo occasionalmente relative al lavoro.

In serata il nostro capo-progetto J ci ha invitati tutti a casa sua per un Barbecue. Dopo aver accompagnato i clienti a lasciare le valigie in albergo (con una seconda passeggiata), abbiamo chiamato un Taxi per raggiungere un quartiere periferico di Stoccolma, formato da piccole villette con giardino in stile “Desperate Houswife”. Siamo arrivati in contemporanea con J, che è sceso dall’auto con le borse della spesa e ci ha aperto la porta.

Entrati in casa ci siamo ovviamente tolti le scarpe e ci siamo sistemati in cucina. La famiglia di J ha lasciato campo libero, andando in visita dai nonni. Dopo un primo aperitivo ognuno ha cominciato a fare la propria parte, chi mettendo a bollire le verdure, chi preparando il fuoco e la carne, chi preparando gli stuzzichini, chi apparecchiando il tavolo nel giardino sul retro. A me è toccata a sorpresa la preparazione del Tiramisù (che non è riuscito affatto male, sebbene sia ancora qui a pregare che domani non siamo decimati dalla salmonella), mentre finivo di preparare la capo-progetto S sciacquava gli utensili che avevo utilizzato, includendo nel lavaggio anche alcune tazze presenti nel lavandino al nostro arrivo.

Quando tutto è stato pronto ci siamo accomodati a cena, fino circa alle nove e un quarto/nove e mezza quando si è condiviso un secondo Taxi per tornare a casa.

Tutta questa informalità non deve però trarre in inganno, non si tratta di assenza di regole, ma di un codice diverso e basato su un diverso concetto di rispetto. Proprio la cena è stato il momento in cui mi sono reso conto di dover fare ancora molta strada per comprendere e condividere quelle regole di comportamento tanto radicate da essere date per scontate, e quindi facili da infrangere anche nella più buona delle fedi. Sono regole tanto radicate che chi le segue non si rende nemmeno conto di farlo, ed inoltre cercare di capire cosa stia succedendo è difficile perchè non sai se quello che stai notando sia un’eccezione del momento o la norma.

La bottiglia di vino che ho portato come contributo alla cena non è stata ne aperta ne messa in tavola, ma è rimasta in cucina. In tavola tovaglia (e tovaglioli!) non occorrono. La prima persona ad essere servita è quella che viene da più lontano. La pietanza viene portata in tavola da chi l’ha preparata, tutti si preparano il piatto ma NON si inizia a mangiare sino a quando il padrone di casa non lo dice esplicitamente. NON si lascia cibo nel piatto, e al primo invito al bis nessuno rifiuta. In compenso dopo il bis il padrone di casa non invita specificatamente a servirsi di nuovo. Il brindisi ha ben poco a che fare con il nostro “cin cin”, ma si solleva il bicchiere e ci si guarda negli occhi con CIASCUN commensale prima di bere e di riguardarsi nuovamente negli occhi (questa “cerimonia” in particolare è così veloce e “implicita” che non ne ho ancora afferrato nel dettaglio le dinamiche. Dovrò investigare.) Il silenzio a tavola è tranquillamente tollerato, e per niente imbarazzante. Quando la conversazione vira sullo svedese/norvegese per un pò, qualcuno passa all’inglese per includermi meglio nella conversazione, a volte cambiando lingua nel mezzo di una frase! Interrompere qualcuno mentre parla per esprimere apprezzamento è malvisto, farlo per “rilanciare” (“eh, ma questo è niente! Pensa che a me è successo che…”) è praticamente un delitto. Nei discorsi fare assolutismi (“sicuramente si tratta di” oppure “questa cosa succede SEMPRE”) o esagerare per enfatizzare (“quando vedo le cozze in lattina mi viene la pelle d’oca”) causano il sollevamento di alcune sopracciglia e sorrisi vagamente ironici e schernitori.

Non avevo aggiunto del liquore nel tiramisù (cosa incomprensibile per i locali, un po come mangiare gli spaghetti senza le relative polpette, o una pizza senza ananas), per cui J ha portato in tavola una bottiglia di Ruhm invitando chi volesse ad aggiungerlo alla propria porzione. Più per spirito di cronaca che per altro ho detto che in effetti la ricetta originale non prevede affatto liquore (omettendo di dire “credo che”, o “che io sappia”, e quindi commettendo un assolutismo). Subito non ci ho fatto caso, ma la bottiglia di Ruhm è sparita dalla dalla tavola ed è rimasta appoggiata per terra, forse per non contraddirmi, non so, ma mi sono sentito in colpa per il resto della serata.

Insomma, se pensate che i problemi più ostici nel trasferirvi in un paese diverso siano la burocrazia o la lingua, sappiate che non si tratta di quello: sono queste sottili ed insidiose differenze che saltano fuori all’improvviso e che vi fanno ricordare che non è il posto in cui siete nati e cresciuti, e che vi possono far sentire leggermente fuori posto. Ma imparare a riconoscere e a risolvere questo tipo di situazioni davvero non ha prezzo. E per ora non sono affatto disposto a ritornare a cene di finto lusso e di sorrisi ipocriti, mi spiace, proprio no.

The Swedish CodeLettura consigliata: “The Swedish Code (What makes the Swedish so Swedish?)” Di Uli Bruno, Marie Bengst, Silvia Nilson-Puccio. Ed. KnowWare Publications. (ISBN: 9188783456)