Ritorno a Monkey Island

A proposito di “Perchè non mi chiamo Guybrush Threepwood“, qualcuno ha commentato:

non so, c’è qualcosa che non mi torna..la sensazione che la prospettiva da cui si guarda finisca per viziare le conclusioni.
una vita “a livelli” è vista esclusivamente in verticale, come se tutto il senso fosse riposto nel passaggio al livello successivo, un gradino più su, un gradino migliore.
come se il senso fosse nell’aspettare qualcosa per vedere come si reagisce, per dirsi alla fine: Ho fatto la cosa giusta, oppure flagellarsi eternamente per aver fatto quella sbagliata..
Aspetti che la vita ti sorprenda, ma Elaine, o Graziella magari hanno da fare per i prossimi 50 anni..che fai nel frattempo?
La direzione verticale è solo una delle possibilità : il desiderio è quello che porta verso tutte le altre. si può riempire di senso anche quello che hai, che sei già , come dare pennellate nuove su un muro colorato, e ogni volta che lo guardi farti tu stesso colore e ritrovarsi, o trovare altro e nuovo.
Fatalismo è una coperta di piombo: non ti sto dicendo goditi il viaggio, se c’hai i calli o non hai voglia resta dove stai, allargati..
e se hai voglia invece, butta ‘sto tesoro e arrampicati sulla corda a cercarne un altro!

Mi sono dovuto prendere un po di tempo per rimuginare una risposta come si deve. Non so se ci sono riuscito, comunque:
la prospettiva vizia le conclusioni: è la soggettività . Per questo si cerca il confronto con altri 🙂

Però la mia visione non è quella che hai riportato, di certo la metafora videoludica non aiuta: il termine “livello”
evoca un salto sempre verso l’altro, una rincorsa verso una migliore qualità , un lasciarsi alle spalle i livelli
inferiori, ma non è quello che intendo.
Proviamo a usare la parola “capitolo”, allora: da un capitolo all’altro ci si può alzare, abbassare, allargare a destra
o a sinistra, però come i cerchi concentrici, all’interno della prosaica cipolla. Ciò che sta al centro è l’IO,
circondato da diversi strati di esperienze che coprono lo strato precedente e ne ripresentano una versione più smussata
in alcuni punti, più spigolosa in altri. Non si può scavare, raggiungere l’io, se non andando contemporaneamente
indietro nel tempo.
Però di una cosa rimango convinto: anche se magari ci evolviamo, ci accresciamo goccia a goccia come una stalattite o un
chicco di grandine, le prese di coscienza per me sono a salti, sono a capitoli. Semplicemente perché il nostro cervello
ha bisogno di un *prima* e di un *dopo*. Credo che sia comune in tutti la sensazione, ogni tanto, di chiudere un
capitolo della propria autobiografia e di iniziarne un altro. E di solito non siamo nemmeno in grado di sapere quando
accadrà , a volte sembra che tutto sia fermo, immobile, e poi…
fran! per citare Baricco.
Finché il quadro non casca, la serratura scatta, l’ultimo pezzo del puzzle si incastra, forse ci stiamo muovendo, anzi
sicuramente ci stiamo muovendo, almeno nel tempo, ma nulla pare cambiare. Dopo il click, nasce il “prima”.
Ohi, sia chiaro! non si tratta di *aspettare* che succeda qualcosa: devi trovare, cercare, lavorare, spingere, tirare,
crudelmente e con amore, battere e levare, prendere e lasciare. Solo così si può avanzare. Solo così fatalità non è
altro che l’unica scelta ragionevole: ho cercato di fare del mio meglio, quel che viene viene. Consapevolezza e pochi
rimpianti per il passato (l’unico aiuto che ci danno i propri errori è aiutarci a non ripeterli), poca ansia per il
futuro (se puoi farci qualcosa, perché preoccuparsi? Se non puoi farci niente, perché preoccuparsi?).
Il senso del mio post in realtà è che a volte è possibile perdere di vista la DIREZIONE. Che faccio? Su cosa lavoro? Se
non trovo il passaggio per il livello successivo, cosa cerco di nuovo, o cosa riprendo fra i lavori fatti a metà , per
vedere se c’è qualcosa da risistemare? Oh, di missioni “incompiute” ce ne sono a bizzeffe. Però come si fa a distinguere
fra quelle lasciate perdere per inerzia, noia, stanchezza, e quelle per cui ogni sforzo, per quanto importante, è vano?
Fra l’altro, ci sono (almeno) due modi per cui una “missione” non sia più completabile: perché non se ne hanno le
risorse (e li si può riprovare, ma all’infinito? Quando è “abbastanza”?), oppure perché il tempo giusto è passato.
Alcune cose hanno delle loro precise coordinate spazio-temporali: se non si è lì nel momento giusto, QUELLA cosa non è
destinata ad accadere mai più così come doveva essere. Queste sono le cose che mi danno difficoltà , che mi suonano più
“ingiuste”, perché magari saprei, potrei riuscire, adesso. Ma non è possibile.
E qui, se non sei positivamente fatalista come dicevo prima, puoi cadere solo nel rosicamento e nel rimpianto.
So già che la situazione di “stallo” molto probabilmente è apparente, come succede nei videogiochi: guardi bene bene,
cerchi a modo, e trovi quel pixel strano, quel comando improbabile, che ti permette di andare avanti. Se sei fortunato
capiterà anche qualcosa che sbloccherà la situazione. Probabilmente. Non è detto. Comunque, può succedere che dopo un po
di ricerca infruttuosa, ci si sieda e si sbuffi.
Certa per me è una cosa: non si può “riempire” di senso quello che si ha, al massimo si può cercare di fare cose nuove
che ne abbiano, di senso. Puoi dare un’interpretazione del passato, ma solo per cercare di dare un senso al futuro. Puoi
dare una mano di vernice, a volte va fatto e a volte è divertente, ma il muro è sempre quello.

Oddio, almeno così la vivo io.