Quattro anni.

Quattro anni oggi.

Che altro aggiungere al primo bilancio… qualcosa si é perso per strada, qualcosa é arrivato, si é approdati in nuovi porti, altri non si é potuto fare altro che abbandonarli e pensarli con nostalgia, qualche rattoppo sulla vela e qualche riparazione sulla chiglia. Barra al centro, avanti, fosse pure di bolina.

ettårsdagen: è passato un anno

ettarsdagenE’ passato un anno.

Esattamente un anno fa, grossomodo a quest’ora, atterravo nell’insignificante aeroportino di Skavsta, con il primo biglietto aereo di sola andata che avessi mai acquistato, del costo di 0,01 Euro (tasse escluse).

Tutta la mia roba, tutta la mia vita, impacchettata in un famoso metro cubo, e poche, pochissime certezze su ciò che sarebbe stato della mia vita. Sapevo solo che tutto sarebbe stato nuovo, tutto sarebbe stato vergine, da costruire, che nulla poteva essere dato per scontato. Mi ero anche ripromesso di non fare bilanci, di non esprimere giudizi prima di un anno, quando avessi avuto modo di valutare le cose fino in fondo.

Ebbene, un anno mi è servito solo a rendermi conto che… ci vuole molto più di un anno per fare bilanci. Guardandomi alle spalle non posso certo dire di essere lo stesso di uno o due anni fa, quello che cercava una soluzione a qualcosa che non era neppure certo che fosse un problema. Certo tutti cambiamo, tutti abbiamo i nostri momenti chiave che fanno prendere alla vita direzioni diverse. Ma quello che più ha inciso sul mio modo di essere è il cambio di prospettiva, l’allargamento dell’orizzonte, l’attraversamento della linea d’ombra.

Molte cose sono successe durante quest’anno: ho trovato nuovi amici che condividono parte delle mie esperienze,  ne ho persi altri a causa della distanza o più spesso per causa mia, altri non influenzati dallo spazio-tempo rimangono a orbitare nel mio universo. Ho preso più aerei di quanti non ne abbia presi nel resto della mia vita, ho guidato pochissimo l’automobile ma in compenso ho provato nuovi mezzi di locomozione su acqua, neve, ghiaccio, ho conosciuto la cucina sarda e il sushi, ho imparato a capire persone che parlano una lingua astrusa e so mettere la “å” nel posto giusto dell’alfabeto, ho toccato i miei estremi di temperatura e latitudine, ho traslocato tre volte rendendomi conto che sempre di più di ciò che possiedo è superfluo, ho praticamente rinunciato alla televisione, ho votato in un paese che non è il mio, ho girato scalzo per casa di persone che conoscevo a malapena.

Ma non è quello che ho fatto. E’ la consapevolezza di quello che ancora potrò fare. Strade nuove, aperte, conoscenze, imprevisti, salite e discese. Mentre parlavo inglese con una norvegese a tavola di uno svedese mangiando manzo Uruguayano con salsa bernese, mi è stato detto: “solo quando avrai perso completamente te stesso potrai sapere chi sei veramente”. Filosofo, naturalista, maestro d’arme e rime, musicista, viaggiatore ascensionista, istrione ma non ebbe claque, amante anche, senza conquista. L’unica cosa su cui contare, il mio pennacchio.

Non so dove sarò fra un anno, CHI sarò fra un anno, cosa sarà successo. Ma il “Capitano mio Capitano” è tornato alla barra, dritta avanti tutta, questa è la rotta, questa è la direzione.

Capitano

considerazioni matematico-filosofiche

L’amore non é somma, ma moltiplicazione.
Se fosse solo somma di due persone, non sarebbe molto diverso dall’avere due persone distinte.

1 + 1 = 2,  in ogni caso.

L’amore fra due persone crea una nuova singolarita: 1 x 1 = 1 .

Essendo moltiplicazione, l’amore accresce in uno le qualità dell’altro: 1.3 * 1.3 = 1.69 , non 1.3, non 1.6.

E quando uno dei due scende sotto l’unità, l’altro deve ncessariamente compensare in modo maggiore:
per compensare uno 0.7, non basta un 1.3. ci vuole almeno un 1.43.

Son cose.

uno per tutto, tutto per uno

Così, in un’afosa notte di giugno, in un capannone che non sfigurerebbe nel porto di Marsiglia, nel cono di luce di una lampada che ronza in contrappunto con le zanzare, la cassa è chiusa. In un metro cubo, quel famoso metro cubo di cui parlo con chi ha la pazienza di parlare con me di questi tempi, ci sta tutto quello che mi porterò di là.

Faccio fatica a spiegarlo, ma c’è un certo simbolismo, una metafora, in quel “metro”. Intanto è una quantità finita. Vuol dire che c’è un limite a quello che puoi portarti dietro, e questo significa dover fare delle scelte.

Lo aveva anticipato il mio amico Mirco, ho continuato a pensarci fino a ieri. Non dovendo fare un trasloco vero e proprio, ovvero non dovendo spostare tutto quello che possiedo, posso scegliere cosa lasciare, e cosa no. In una cassa cubica, così metraforicamente simile al dado tratto.

Impossibile distinguere fra la maglietta lisa da lasciare in un cassetto, e la persona che ero quando la portavo. Così lasciare degli oggetti significa lasciare parte di me. E non è proprio questo, ciò che volevo sin dall’inizio?

E ciò che porto con me “nella cassa”, è davvero ciò che voglio salvare di me, è rivedere, ribadire, cosa per me sia importante, e cosa no.

Fino a qualche giorno fa continuavo a rimandare la scelta, con la scusa di motivi “logistici”.

Perchè scegliere, impacchettare, significa fare un’azione concreta, il primo passo fisico verso la mia partenza. Perfino le dimissioni, la firma del contratto, le chiacchiere, l’anticipo dell’affitto o l’acquisto del biglietto aereo (per la cronoca: Ryanair, sola andata, zero euro più tasse), sono atti “virtuali”.

Ora si inizia davvero a fare sul serio. Poi ci sarà la consegna della macchina, il viaggio, i documenti da fare, il corso di Svedese da cominciare…

Ma, paradossalmente, più passa il tempo e più sono sereno: sta finendo il tempo in cui ci si deve preoccupare delle cose, inizia il tempo di FARE.

Ma non finiscono le riflessioni di quell’uno per uno per uno: la cassa è in viaggio (sciopero dei trasportatori a parte), con tutto ciò che teoricamente mi è essenziale. E allo stesso tempo, mi accorgo che si continua a vivere lo stesso. Voglio dire, certo, è tutta roba comoda e utile, ma se anche la cassa andasse persa, non credo che mi sentirei particolarmente afflitto (beh, oddio, un po scocciato sì). Questo cosa vuol dire? Che ciò che per me è veramente è importante, ciò che voglio portare con me, è ciò che ho dentro di me. Io non sono le cose che possiedo.

Per questo stesso motivo, non sono particolarmente malinconico. E’ vero, alcune cosa cambieranno, sarà più difficile vedere le persone care, gli amici, allo stesso modo, ma si sarà più.. consapevoli.

La chiusura del coperchio di una cassa è troppo simile al voltare di una pagina. Ciò che salvo è al sicuro dentro di me, è letto, è acquisito, per il resto c’è un mare di pagine bianche.

C’è un profondo senso di libertà in questo. E di assunzione di responsabilità nei confronti della propria vita.

Avanti.

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Telefonate

IO – Pronto ?

LEI – Ciao!

IO – Oh, ciao, ma pensa te! Quanto tempo che non ci sentiamo! Come stai?

LEI – Beh, insomma, abbastanza bene. Hai delle novità?

IO – Beh, insomma, sì, sai, vedo ad abitare all’estero.

LEI – Ah.

IO – Eh, già. (alleggerendo il tono) Tu invece hai novità?

LEI – Beh, io mi sposo.

IO – Ah.

ENTRAMBI – …

IO – Beh, a parte queste cose, che si dice?

La conversazione riportata sarebbe già abbastanza inusuale, se non fosse che l’ho avuta con due persone diverse in 4 giorni. Decisamente il 2008 si prospetta un anno di cambiamenti….

Karaoke esistenziale: la linea d’ombra

mi offrono un incarico di responsabilità
domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire
getterò i bagagli in mare studierò le carte
e aspetterò di sapere per dove si parte quando si parte
e quando passerà il monsone dirò “levate l’ancora
diritta avanti tutta questa è la rotta questa è la direzione
questa è la decisione.

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Jovanotti – La linea d’ombra

La linea d’ombra
la nebbia che io vedo a me davanti
per la prima volta nella vita mia mi trovo
a saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo
mi offrono un incarico di responsabilità
portare questa nave verso una rotta che nessuno sa
è la mia età a mezz’aria
in questa condizione di stabilità precaria
ipnotizzato dalle pale di un ventilatore sul soffitto
mi giro e mi rigiro sul mio letto
mi muovo col passo pesante in questa stanza umida
di un porto che non ricordo il nome
il fondo del caffè confonde il dove e il come
e per la prima volta so cos’è la nostalgia la commozione
nel mio bagaglio panni sporchi di navigazione
per ogni strappo un porto per ogni porto in testa una canzone
è dolce stare in mare quando son gli altri a far la direzione
senza preoccupazione
soltanto fare ciò che c’è da fare
e cullati dall’onda notturna sognare la mamma… il mare.

Mi offrono un incarico di responsabilità
mi hanno detto che una nave c’ha bisogno di un comandante
mi hanno detto che la paga è interessante
e che il carico è segreto ed importante
il pensiero della responsabilità si è fatto grosso
è come dover saltare al di là di un fosso
che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato
saltare verso il tempo indefinito dell’essere adulto
di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura
cosa sarò? dove mi condurrà la mia natura?
La faccia di mio padre prende forma sullo specchio
lui giovane io vecchio
le sue parole che rimbombano dentro al mio orecchio
“la vita non è facile ci vuole sacrificio
un giorno te ne accorgerai e mi dirai se ho ragione”
arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione
e adesso è questo giorno di monsone
col vento che non ha una direzione
guardando il cielo un senso di oppressione
ma è la mia età
dove si guarda come si era
e non si sa dove si va, cosa si sarà
che responsabilità si hanno nei confronti degli esseri umani che ti vivono accanto
e attraverso questo vetro vedo il mondo come una scacchiera
dove ogni mossa che io faccio può cambiare la partita intera
ed ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare
mi perdo nelle letture, i libri dello zen ed il vangelo
l’astrologia che mi racconta il cielo
galleggio alla ricerca di un me stesso con il quale poter dialogare
ma questa linea d’ombra non me la fa incontrare.
Mi offrono un incarico di responsabilità
non so cos’è il coraggio se prendere e mollare tutto
se scegliere la fuga od affrontare questa realtà difficile da interpretare
ma bella da esplorare
provare a immaginare come sarò quando avrò attraversato il mare
portato questo carico importante a destinazione
dove sarò al riparo dal prossimo monsone
mi offrono un incarico di responsabilità
domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire
getterò i bagagli in mare studierò le carte
e aspetterò di sapere per dove si parte quando si parte
e quando passerà il monsone dirò “levate l’ancora
diritta avanti tutta questa è la rotta questa è la direzione
questa è la decisione.”