Chiudiamo in bellezza

Questo per me é l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze, a un anno quasi esatto dalla mia data di assunzione, il 4 agosto.
Chiudo tutto e me ne vado per qualche settimana a prendere il sole, mentre i miei colleghi rientreranno quasi tutti dal lavoro.

Posso però direi di poter chiudere in bellezza. In questi giorni ho lavorato moltissimo per i nostri amici norvegesi, e abbiamo fatto la nostra prima “consegna” ufficiale.

Non tutto é andato liscissimo, ci sono stati vari imprevisti, ma ho cercato di mettere le cose in fila, di affrontare un problema alla volta, e di fare le cose per bene sin dall’inizio. Speravo che questo approccio avrebbe pagato, magari non scontentando troppo il cliente per alcuni disagi che ha dovuto comunque subire.

Dopo qualche giorno di tribolazione hanno suonato alla porta dell’ufficio, e si é presentato un fattorino con questo:

Homage

Homage

Una cesta con frutta e cioccolatini indirizzata a me! Subito ho pensato a un omaggio della ditta per il mio compleanno (che é a breve), poi aprendo il biglietto ho letto questo:

Ciao Mauro!

Grazie per il tuo eccezionale lavoro, impegno e costante entusisamo durante tutto [il progetto], e per aver [rispettato la data di consegna]

Firmato, il responsabile di progetto della compagnia Norvegese.

Ora posso chiudere tutto, spegnere il PC, pulire la scrivania, dare l’acqua alle piante. Ci vediamo dopo le vacanze 🙂

Una bomba, dieci storie

1bomba10storiedi Stefania Maurizi

ed. Bruno Mondadori, 14€, 244 pag.

Sin da bambino sono sempre stato incuriosito e affascinato dalla forza, dalla potenza e dall’energia che danno vita alle stelle del nostro universo, e dagli sforzi di un gruppo di personaggi degli inizi del secolo scorso per indagare nell’infinitamente piccolo, e carpire i segreti di particelle e forze invisibili, per “imbrigliarle” al volere dell’uomo. Questa ricerca è una delle più grandiose compiute dagli uomini in tempi recenti, e ha cambiato non solo la scienza, ma la visione che l’uomo aveva dell’esistenza stessa. Gli esiti di questa ricerca hanno inoltre portato a risultati molto più controversi, quando usati per costruire armi che anni cambiato la storia recente e condizionato o distrutto la vita di milioni di persone, a partire da quell’estate del 1945, il 16 luglio prima, e il  6 e il 9  agosto 1945, in cui nei cieli di Hiroshima e Nagasaki milioni di equazioni, speculazioni, meccanismi, previsioni e scelte deliberate portarono all’annientamento di centinaia migliaia di vite umane. Un’azione proseguita poi in altri paesi e continenti fra cui l’atollo di Bikini, di cui ho già raccontato.

Quelle esplosioni sono solo il culmine apparente, le singolarità su cui convergono numerosissime storie di uomini, perlopiù menti eccezionali, ciascuno con i suoi dubbi, le sue idee, le sue aspettative. Balzano alla mente nomi illustri come Fermi, Einstein e Oppenheimer, ma oltre a questi centinaia di scienziati hanno dato il loro contributo e portato i loro dubbi.

Nel suo libro “Una bomba, dieci Storie” la giornalista Stefania Maurizi ha raccolto la storia di dieci di queste persone, intervistate nel 2004 alla luce di quasi 70 anni di avvenimenti e di esperienze che così tanto hanno cambiato il mondo dal periodo in cui la Germania Nazista gettava la sua ombra sul mondo. Attraverso queste interviste vengono raccontati fatti, storie personali e avvenimenti di quegli anni, molti dei quali ambientati nelle più prestigiose università scientifiche americane o nella città-laboratorio di Los Alamos. Queste dieci vite sono accomunate da un unico pensiero, ossessione, speranza o paura: la Bomba.

Estremamente piacevole da leggerere, permette di confrontare punti di vista molto diversi, di chi alla bomba si rifiutò di lavorare, di chi ne fu fautore convinto, di chi ci lavorò con rassegnazione per paura di un futuro peggiore, di chi pensò di proteggere il mondo con lo spionaggio, e di chi l’ha vista esplodere sulla sua testa ed è ancora in vita per raccontarlo. Il tutto, attualizzato in un 2004 in cui l’ombra nucleare non è sparita del tutto, ma è anzi riportata all’attenzione del mondo dalle tensioni in stati come la Corea del Nord, l’Iran, India e Pakistan, e dalla “guerra al terrorismo”.

Una nota che contraddistingue queste interviste è il punto di vista femminile, ancora troppo ignorato nella scienza. Fra le altre cose, sono venuto a conoscenza della storia di una scienziata che ha dato un contributo fondamentale alla scoperta della fissione, Lise Meitner, che ebbe la sfortuna di essere contemporaneamente austriaca, ebrea e donna negli anni 30, in una società che si è appropriata del suo lavoro e a cui persino l’Accademia di Svezia ha ingiustamente voltato le spalle, assegnando il Nobel a chi godette del frutto delle sue scoperte e dei suoi esperimenti.

Le note di bibliografiche sono uno spunto per nuovi approfondimenti, conoscenze, riflessioni. Consigliatissimo.

Chi vuol essere (su) Millionaire

millionaire
Qualche settimana fa sono stato contattato da una redattrice della rivista Millionaire, che mi ha proposto un’intervista! In ogni numero si parla di un paese straniero e di come lo si vede con gli occhi di un italiano, e nel numero di Luglio é toccato alla Svezia… e a me 🙂

Cliccando sull’immagine potete leggere l’articolo completo in PDF. Non c’é molto di nuovo per chi bazzica regolarmente su quest pagine, ma é una piccola soddisfazione 🙂

ettårsdagen: è passato un anno

ettarsdagenE’ passato un anno.

Esattamente un anno fa, grossomodo a quest’ora, atterravo nell’insignificante aeroportino di Skavsta, con il primo biglietto aereo di sola andata che avessi mai acquistato, del costo di 0,01 Euro (tasse escluse).

Tutta la mia roba, tutta la mia vita, impacchettata in un famoso metro cubo, e poche, pochissime certezze su ciò che sarebbe stato della mia vita. Sapevo solo che tutto sarebbe stato nuovo, tutto sarebbe stato vergine, da costruire, che nulla poteva essere dato per scontato. Mi ero anche ripromesso di non fare bilanci, di non esprimere giudizi prima di un anno, quando avessi avuto modo di valutare le cose fino in fondo.

Ebbene, un anno mi è servito solo a rendermi conto che… ci vuole molto più di un anno per fare bilanci. Guardandomi alle spalle non posso certo dire di essere lo stesso di uno o due anni fa, quello che cercava una soluzione a qualcosa che non era neppure certo che fosse un problema. Certo tutti cambiamo, tutti abbiamo i nostri momenti chiave che fanno prendere alla vita direzioni diverse. Ma quello che più ha inciso sul mio modo di essere è il cambio di prospettiva, l’allargamento dell’orizzonte, l’attraversamento della linea d’ombra.

Molte cose sono successe durante quest’anno: ho trovato nuovi amici che condividono parte delle mie esperienze,  ne ho persi altri a causa della distanza o più spesso per causa mia, altri non influenzati dallo spazio-tempo rimangono a orbitare nel mio universo. Ho preso più aerei di quanti non ne abbia presi nel resto della mia vita, ho guidato pochissimo l’automobile ma in compenso ho provato nuovi mezzi di locomozione su acqua, neve, ghiaccio, ho conosciuto la cucina sarda e il sushi, ho imparato a capire persone che parlano una lingua astrusa e so mettere la “å” nel posto giusto dell’alfabeto, ho toccato i miei estremi di temperatura e latitudine, ho traslocato tre volte rendendomi conto che sempre di più di ciò che possiedo è superfluo, ho praticamente rinunciato alla televisione, ho votato in un paese che non è il mio, ho girato scalzo per casa di persone che conoscevo a malapena.

Ma non è quello che ho fatto. E’ la consapevolezza di quello che ancora potrò fare. Strade nuove, aperte, conoscenze, imprevisti, salite e discese. Mentre parlavo inglese con una norvegese a tavola di uno svedese mangiando manzo Uruguayano con salsa bernese, mi è stato detto: “solo quando avrai perso completamente te stesso potrai sapere chi sei veramente”. Filosofo, naturalista, maestro d’arme e rime, musicista, viaggiatore ascensionista, istrione ma non ebbe claque, amante anche, senza conquista. L’unica cosa su cui contare, il mio pennacchio.

Non so dove sarò fra un anno, CHI sarò fra un anno, cosa sarà successo. Ma il “Capitano mio Capitano” è tornato alla barra, dritta avanti tutta, questa è la rotta, questa è la direzione.

Capitano

Differenze culturali: la cena col cliente importante

good_mannersContinuo a rimanere perplesso e un po incredulo su come i rapporti fra le persone si gestiscano in modo diverso quassù in Svezia, o nei paesi nordici in generale. Lascio che a raccontare sia l’esperienza di oggi.

Alcune persone del cliente per il quale lavoro, in uno dei progetti più grossi ed importanti che mi siano mai stati assegnati, sono venute da Oslo a Stoccolma per partecipare a un corso di aggiornamento tecnico: la capo progetto e due “responsabili di settore”. Alla notizia la mia immaginazione  lavorativa primordiale ha immediatamente ricreato uno scenario familiare e collaudato: obbligo di cravatta in ufficio e dintorni (rafforzato da “suggerimento” del responsabile del personale, intermediato da e-mail della segretaria), ricevimento servile e in pompa magna con buffet in pausa pranzo, serata fra commerciali e capi-progetto in esclusivo ristorante di lusso in centro città, con quel fasto un po posticcio e arraffazzonato del “completo buono” tirato fuori nei giorni di festa. Con una presenza esclusivamente maschile e in tempi lontani dalla crisi non si sarebbe esclusa nemmeno una puntata del “gotha” dirigenziale ad un night club.

Questo quadro si è dipinto in un secondo nella mia mente, e subito ha cominciato a vacillare. Vista la calura praticamente insopportabile di questi giorni  (26°C) le mie colleghe hanno pensato di organizzare una pausa pranzo con bagno nel mare sul quale si affacciano i nostri uffici. Per cui si è deciso di presentarci in tenuta estiva, costume da bagno ed asciugamano, e abbiamo scritto alla capo-progetto S di portare con se costume ed asciugamano, suggerimento accolto con entusiastica mail di risposta.

Oggi la delegazione si è presentata in abiti estivi ed informali, “S” sfoggiante una nuova acconciatura con ciocche blu (“che si intonano al colore dei miei occhi”). Purtroppo il bagno è saltato causa incertezza metereologica. Si è fatta invece una passeggiata alla tavola calda più vicina per acquistare portate da asporto, prevalentemente panini ed insalate. Tornati in ufficio, ci siamo sistemati in cucina insieme agli altri colleghi, ed abbiamo consumato il nostro pranzo in chiacchiere informali, solo occasionalmente relative al lavoro.

In serata il nostro capo-progetto J ci ha invitati tutti a casa sua per un Barbecue. Dopo aver accompagnato i clienti a lasciare le valigie in albergo (con una seconda passeggiata), abbiamo chiamato un Taxi per raggiungere un quartiere periferico di Stoccolma, formato da piccole villette con giardino in stile “Desperate Houswife”. Siamo arrivati in contemporanea con J, che è sceso dall’auto con le borse della spesa e ci ha aperto la porta.

Entrati in casa ci siamo ovviamente tolti le scarpe e ci siamo sistemati in cucina. La famiglia di J ha lasciato campo libero, andando in visita dai nonni. Dopo un primo aperitivo ognuno ha cominciato a fare la propria parte, chi mettendo a bollire le verdure, chi preparando il fuoco e la carne, chi preparando gli stuzzichini, chi apparecchiando il tavolo nel giardino sul retro. A me è toccata a sorpresa la preparazione del Tiramisù (che non è riuscito affatto male, sebbene sia ancora qui a pregare che domani non siamo decimati dalla salmonella), mentre finivo di preparare la capo-progetto S sciacquava gli utensili che avevo utilizzato, includendo nel lavaggio anche alcune tazze presenti nel lavandino al nostro arrivo.

Quando tutto è stato pronto ci siamo accomodati a cena, fino circa alle nove e un quarto/nove e mezza quando si è condiviso un secondo Taxi per tornare a casa.

Tutta questa informalità non deve però trarre in inganno, non si tratta di assenza di regole, ma di un codice diverso e basato su un diverso concetto di rispetto. Proprio la cena è stato il momento in cui mi sono reso conto di dover fare ancora molta strada per comprendere e condividere quelle regole di comportamento tanto radicate da essere date per scontate, e quindi facili da infrangere anche nella più buona delle fedi. Sono regole tanto radicate che chi le segue non si rende nemmeno conto di farlo, ed inoltre cercare di capire cosa stia succedendo è difficile perchè non sai se quello che stai notando sia un’eccezione del momento o la norma.

La bottiglia di vino che ho portato come contributo alla cena non è stata ne aperta ne messa in tavola, ma è rimasta in cucina. In tavola tovaglia (e tovaglioli!) non occorrono. La prima persona ad essere servita è quella che viene da più lontano. La pietanza viene portata in tavola da chi l’ha preparata, tutti si preparano il piatto ma NON si inizia a mangiare sino a quando il padrone di casa non lo dice esplicitamente. NON si lascia cibo nel piatto, e al primo invito al bis nessuno rifiuta. In compenso dopo il bis il padrone di casa non invita specificatamente a servirsi di nuovo. Il brindisi ha ben poco a che fare con il nostro “cin cin”, ma si solleva il bicchiere e ci si guarda negli occhi con CIASCUN commensale prima di bere e di riguardarsi nuovamente negli occhi (questa “cerimonia” in particolare è così veloce e “implicita” che non ne ho ancora afferrato nel dettaglio le dinamiche. Dovrò investigare.) Il silenzio a tavola è tranquillamente tollerato, e per niente imbarazzante. Quando la conversazione vira sullo svedese/norvegese per un pò, qualcuno passa all’inglese per includermi meglio nella conversazione, a volte cambiando lingua nel mezzo di una frase! Interrompere qualcuno mentre parla per esprimere apprezzamento è malvisto, farlo per “rilanciare” (“eh, ma questo è niente! Pensa che a me è successo che…”) è praticamente un delitto. Nei discorsi fare assolutismi (“sicuramente si tratta di” oppure “questa cosa succede SEMPRE”) o esagerare per enfatizzare (“quando vedo le cozze in lattina mi viene la pelle d’oca”) causano il sollevamento di alcune sopracciglia e sorrisi vagamente ironici e schernitori.

Non avevo aggiunto del liquore nel tiramisù (cosa incomprensibile per i locali, un po come mangiare gli spaghetti senza le relative polpette, o una pizza senza ananas), per cui J ha portato in tavola una bottiglia di Ruhm invitando chi volesse ad aggiungerlo alla propria porzione. Più per spirito di cronaca che per altro ho detto che in effetti la ricetta originale non prevede affatto liquore (omettendo di dire “credo che”, o “che io sappia”, e quindi commettendo un assolutismo). Subito non ci ho fatto caso, ma la bottiglia di Ruhm è sparita dalla dalla tavola ed è rimasta appoggiata per terra, forse per non contraddirmi, non so, ma mi sono sentito in colpa per il resto della serata.

Insomma, se pensate che i problemi più ostici nel trasferirvi in un paese diverso siano la burocrazia o la lingua, sappiate che non si tratta di quello: sono queste sottili ed insidiose differenze che saltano fuori all’improvviso e che vi fanno ricordare che non è il posto in cui siete nati e cresciuti, e che vi possono far sentire leggermente fuori posto. Ma imparare a riconoscere e a risolvere questo tipo di situazioni davvero non ha prezzo. E per ora non sono affatto disposto a ritornare a cene di finto lusso e di sorrisi ipocriti, mi spiace, proprio no.

The Swedish CodeLettura consigliata: “The Swedish Code (What makes the Swedish so Swedish?)” Di Uli Bruno, Marie Bengst, Silvia Nilson-Puccio. Ed. KnowWare Publications. (ISBN: 9188783456)