maggio 31st 2009
La scopa del sistema
Per la prima volta mi trovo fra le mani un libro che mi è piaciuto, ma che non consiglierei a nessuno.
“La scopa del sistema” è la prima opera che io abbia letto di David Foster Wallace, e francamente non mi sarei aspettato nulla del genere.
L’ambientazione è una surreale America di provincia, descritta con ironia, intelligenza e spietato cinismo, ogni personaggio è spinto all’estremo nella sua caratterizzazione, a volte appaiono e scompaiono senza motivo, le loro vite sono tutte intrecciate, sebbene questo poco abbia a che fare con il racconto.
La trama è piuttosto semplice, si tratta della ricerca da parte della protagonista di sua nonna, misteriosamente scomparsa dalla casa di riposo.
Ma la trama è veramente solo un pretesto, una parvenza di struttura, per un romanzo che è puro esercizio di stile, sovrapposizione di racconti e di meta-racconti (racconti a proposito di racconti), divagazioni sulla psicologia dei personaggi (con tanto di psicologo), voli pindarico-filosofici, e piccoli dettagli che si nascondono nella scelta di singole parole. Ho sottolineato a matita praticamente buona parte del libro. La linea del tempo è spezzettata fra il presente ed il passato, lo stile di scrittura è principalmente il racconto, ma si incontrano stralci di verbale, lettere, disegni a matita sul retro di etichette di omogeneizzati.
Mai come in questo caso il viaggio è più importante della destinazione. Solo leggendo con questa considerazione in mente è possibile gustare questo romanzo del tutto sgangherato e sconquassato, ma scritto in un modo assurdamente geniale.
Perché non lo consiglierei a nessuno? Perché è talmente assurdo che me lo sono goduto moltissimo, e se lo consigliassi a qualcuno costui potrebbe farsi legittimi dubbi sul mio stato di salute mentale, vedi ad esempio il mio post “Il Violinista“. E non sono sicuro di voler sapere se qualcuno dei miei amici sia pazzo come me (anche se ne ho avuto già prove, vero P?
).
Insomma, come diceva Groucho Marx, “non entrerei mai a fare parte di un club che accettasse persone come me fra i suoi soci”










